Ero arrivato con un volo da Singapore, nell’ottobre 2008. Melbourne, che visitavo per la prima volta, mi sembrava una città diversa, nel panorama australiano. Diversa da Sydney, per esempio. Aveva qualcosa di Londra, con lo Yarra che scimmiottava il Tamigi. Ma, forse, era solo una suggestione del momento.
La mia guida, una signora vicina alla pensione, mi venne a prendere nel bell’hotel che mi avevano assegnato, e guidò verso sudovest. Costeggiammo la grande baia di Port Philip, che sta davanti alla capitale, e ci inoltrammo lungo la costa. Margaret mi fece molte domande, ma diede anche molte risposte. Una era sull’opera che stavamo per visitare, la Great Ocean Road, per l’appunto.
La descrisse così: “Una corniche, un balcone sull’Oceano, una lunga pista panoramica sul mare. Un mix di meraviglie naturali, come la foresta pluviale, le alte scogliere calcaree, le spiagge lunghissime, le onde altissime per i surfer. E, appena dietro, i vulcani e le montagne degli aborigeni”. Lo riporto perché è una buona sintesi, e non vale la pena modificarla. Meg parlava in quel modo poco australiano, a volte. Ma lo faceva perché, pragmaticamente, doveva pubblicizzare il suo prodotto. Le chiesi conto di ognuno dei punti che aveva elencato. E lei spiegò, non si tirò indietro.
In realtà, appena entri nella GOR, non hai bisogno che nessuno ti spieghi. La corniche la vedi, la annusi. È come la costa monegasca o i calanques marsigliesi, ma senza costruzioni. Un sogno, per chi si immagina la Côte d’Azur prima della grande spartizione.
Si trovano punti panoramici di una bellezza assoluta…

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