L’amore mangiato, Berlino e Sofia, 2

Il Muro era sempre lì, a ricordare quella vecchia separazione della città. Il mondo si era aperto, trasformandosi in un computer, in un fast food, in un’autostrada, in un aeroporto. Ma lì, lungo le vie di Berlino, quei blocchi di cemento allineati mostravano ancora due visioni estreme e contrapposte. Quasi una rappresentazione in 3D dell’animo umano. E, a corollario di quella muraglia c’era il filo spinato, che correva doloroso, violentando le rive della Sprea, i ponti, i palazzi, le prospettive. E poi torrette di avvistamento, e soldati, e spie.  Tutto l’indotto di una situazione insana. Il pus di una slabbratura che correva sulla pelle della città dell’Orso. Bastava salire ai piani alti di un palazzo vicino al Muro per vedere due realtà: a ovest, alcuni artisti avevano colorato la parte interna dell’anello; a est, tutto intonso, anche perché la striscia della morte scoraggiava ogni avvicinamento a quel grigio cemento. Da una parte lo sberleffo antagonista, dall’altra la rigida disciplina dei proiettili. Come in una realtà parallela. Passavamo di continuo, vicino al Muro. Alcuni dei ragazzi che frequentavo gettavano apposta oggetti e rifiuti al di là. Come gesto di spregio, come provocazione. Dall’altra, i pionieri, i giovani socialisti, ripulivano, lungo la striscia della morte. Era un gesto comune, in quegli anni. Un confronto tra modi diversi di vedere le cose. Entrambi malati, pensavo. Ma il Muro, generava anche situazioni paradossali…

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