Estratto da L’amore mangiato
Edeltraud è un nome duro. Una specie di corazza. Un mettere subito le cose in chiaro, come piace ai prussiani. Chissà se, pur con quel nome, le cose sarebbero state diverse, senza gli anni nazisti. Senza quei mesi con i russi in città. O se, invece di crescere nella capitale del Grande Male, Edeltraud avesse fatto la scuola a Colonia, o a Friburgo. Berlino era il centro. Per tutto. E centro vuol dire bersaglio. Vuol dire durezza da vendere. Come si poteva passare da una dittatura, che ti avvolge come un vestito sporco, alla violenza dei conquistatori, che ti stuprano come donna e come tributo alla loro vittoria? E poi a una nuova dittatura, anche se solo qualche via più in là. E alla divisione della tua città con un muro, che vorrebbe certificare il “dentro-fuori”. Come se gli uomini potessero essere selezionati in base alla geografia del momento. Si poteva sopportare tutto questo? Senza impazzire?
Edeltraud Seidel, con la sua corazza, si salvò. Tutto questo lo sapevo, un po’ perché Greta me ne aveva parlato, un po’ perché me l’ero immaginato. Come fanno i figli, e i nipoti, sul non detto famigliare.

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