LA RABBIA E L’ACCETTAZIONE

Chissà se è vero che, da Parigi, il compositore sentiva la nostalgia di Madrid e, in particolare, del Palazzo Reale di Aranjuez, e dei suoi Giardini. Lui, Joaquín Rodrigo, non vedente dalla nascita e sposato a una pianista turca che rischiò la vita nella sua prima gravidanza, finita con un aborto spontaneo, aveva scritto quella strana musica, per chitarra e orchestra. Lo aveva fatto per ricordare la luna di miele con la moglie, ad Aranjuez. Forse. Nel 1939, al momento della scrittura, la Guerra Civil era ancora in corso, e si preparava la dittatura di Franco. Inoltre, a Parigi, arrivavano forti i rumori della Werhmacht ai confini della Polonia. Mettete insieme tutti questi elementi e ditemi che cosa poteva scrivere il buon Joaquín. Più che pena, rabbia, disincanto, non può esprimere. Lo fa in particolare nel secondo movimento, l’Adagio, in cui sembra rivolgersi a Dio, chiedendo perché lo ha punito, e implorando pietà per la moglie Victoria. È il dialogo tra la chitarra e gli altri strumenti. Se nel primo movimento, Allegro con spirito, prepara agli altri due, il terzo, Allegro gentile, è la risposta percepita di Dio, con i fiori, il canto degli uccelli, il sussurro dell’acqua, nel Giardino di Aranjuez. Una risposta di serenità, legata a quel patto d’amore con la sua sposa, sei anni prima. Quindi, il Concierto de Aranjuez, si può dire che sia la rabbia e poi l’accettazione della Volontà di Dio.

Ma è stato veramente così? La prima esecuzione, a Barcellona vinta, è stata intesa come un’esaltazione della Spagna. Poi, in particolare sull’Adagio, si siano buttati in molti, a partire dalla riduzione a canzone, Aranjuez Mon Amour, con Antony, Dalida, Moskouri, Demi Roussos, Bocelli. Fino all’improbabile uso in film e pubblicità.

In questa versione, con la Danish National Symphony e il chitarrista Pepe Romero, il Concierto riprende le sue caratteristiche di dialogo, di ricordo malinconico, di piccola speranza. La musica sembra veramente dialogare, nella voce solista della chitarra, e nella cornice dell’orchestra. È come se la chitarra dicesse dell’uomo, e l’orchestra, l’insieme strumentale, dicesse di Dio, o delle forze superiori che presiedono l’Universo. La chitarra di Pepe Romero riesce a ricostruire questi paesaggi mentali come se stesse parlando con Rodrigo stesso. Dietro, la Danish National Symphony Orchestra di Copenhagen, che si trova di fronte una musica e uno strumento estranei. Lo si vede anche dalle facce, dalle espressioni dei suonatori che sentono la chitarra come un ufo. Aranjuez, il Palazzo Reale di Felipe II d’Asburgo, a metà ‘500, e poi ricostruito nel ‘700. Un’operazione di marketing, per la nuova capitale, Madrid, e per la Corona. I Giardini del Palazzo, enormi, sono stati un’icona da lanciare alle altre corti, alle altre monarchie europee.

©2025 Valerio Griffa

https://www.youtube.com/watch?v=-oxH-7VklBI

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