

SETTE SFUMATURE DI OVEST
Mi capita, verso sera, di guardare verso ovest. Non per cercare il tramonto, ma per vedere come diavolo farà, quel giorno di quella stagione, il sole a congedarsi. Non è solo una questione di luce. Lo è di nubi, cioè dell’atmosfera e delle sue memorfosi e compromessi. Dunque, dato per scontato che d’inverno il sole punta su determinate montagne e d’estate su altre più a nord, mi tengo tre punti di riferimento.
2. La Sacra di San Michele. Beh, qui si va sul velluto. Bastano tre nomi: l’Arcangelo Michele, Carlo Magno, Umberto Eco. Su quello sperone di roccia allo sbocco della Valsusa, modellato dal ghiacciaio, con vista dal Moncenisio alla pianura torinese e al Monferrato, ci furono diversi interventi, forse a partire dal VI secolo. Proseguirono alla fine del X secolo, con ampliamenti e la dedica a Michele, il cui culto fu adottato dall’imperatore Federico Barbarossa, e da suo nipote Federico II. Poi arrivarono i benedettini, e la Sacra divenne un presidio lungo la Via Francigena. Notevole la Porta dello Zodiaco, alla fine dello Scalone dei Morti. Romanico e gotico, come nelle migliori famiglie. Lo sperone roccioso si chiama Pirchiriano, o Monte dei Porcari, è alto 962 m. Ma è tempo di parlare dei Tre Nomi. Arcangelo significa il “capo” degli Angeli, e Michele è quello che ha difeso la fede contro Satana, riconosciuto da ebraismo (Custode del Popolo d’Israele), cristianesimo, islam ( è lui, insieme a Gabriele, a dettare il Corano a Maometto). Il culto di Michele ebbe origine in Oriente, complice ancora Costantino, e poi si diffuse in Europa. Secondo una leggenda, la faglia che il colpo di spada dell’Arcangelo sulla Terra per ricacciare Satana all’inferno, è una linea che unisce sette santuari, dall’Irlanda a Israele, comprendendo Mont Saint Michel in Normandia e la Sacra di Torino. Più suggestivo di così! I due nomi seguenti dipendono dal primo. Carlo Magno, nel 773, passò dal quel monte per aggirare le difese longobarde della Chiusa, la Porta d’Italia. È la Battaglia delle Chiuse, in cui il principe longobardo Adelchi viene sconfitto dallo stratagemma di Carlo che lo aggira. Sconfitta che porta all’assedio di Pavia, e al dominio franco. Ecco come Manzoni, in chiave risorgimentale, ammonisce nel Coro dell’Adelchi: E il premio sperato, promesso a quel forti / Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti / D’un volgo straniero por fine al dolor? / Tornate alle vostre superbe ruine, / All’opere imbelli dell’arse officine, / Ai solchi bagnati di servo sudor. Il forte si mesce col vinto nemico, / Col novo signore rimane l’antico; / L’un popolo e l’altro sul collo vi sta. / Dividono i servi, dividon gli armenti; / Si posano insieme sui campi cruenti / D’un volgo disperso che nome non ha. Umberto Eco, invece, fu suggestionato da quell’abbazia per Il Nome della Rosa, forse perché da piccolo passava l’estate dagli zii ad Avigliana, sotto la Sacra: Come ci inerpicavamo per il sentiero scosceso che si snodava intorno al monte, vidi l’abbazia. Non mi stupirono di essa le mura che la cingevano da ogni lato, simili ad altre che vidi in tutto il mondo cristiano, ma la mole di quello che poi appresi essere l’Edificio…

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