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Abbiamo tutti nostalgia del passato? Di quando tutto era da stabilire, anche se qualcuno lo stabiliva per noi? Da quel passato, il nostro, dobbiamo prendere le distanze. Ma dobbiamo anche dimenticarlo? Maledirlo? È giusto ribellarsi? Rinnegarlo, con un “non ero io”? Ognuno di noi ha la sua risposta. Dipende da chi quel passato, quel pezzo di vita, ti ha costruito. E dipende da te, da come sei in grado e vuoi, farci i conti. Se vuoi abbandonare il nido, cioè le cose note, con rancore, per cercare la tua vita, o se vuoi immaginare quel percorso come un’autostrada. Sara Bareilles, una delle più interessanti cantanti e autrici della scena americana, ci prova con un magnifico pezzo: Once Upon Another Time. Once upon a time è la formula inglese per dire: C’era una volta, incipit di una storia per bambini. E tutti abbiamo un c’era una volta personale. Ma qui è: C’era un’altra volta, a rivendicare quella formula fanciullesca, ma la sua, personale. La perdita dell’innocenza e la nostalgia dell’infanzia, come ha commentato lei stessa. Pura poesia, pop se volete, ma poesia. Vi scrivo i versi che più mi commuovono: Somebody’s hands who felt like mine, le mani di qualcuno che sentivo come mie. O che sembravano le mie. Non possono che venirti in mente le mani di tua madre, così protettive, così dolci, da identificarsi come tue. Mani in comune. Before I knew which life was mine / Before I left the child behind me / I saw myself in summer nights / And stars lit up like candle light / I make my wish but mostly I believed… Prima che sapessi quale fosse la mia vita / Prima di lasciare la bambina dietro di me / Mi vedevo nelle notti d’estate / Con le stelle accese come una candela / Dicevo il mio desiderio, e soprattutto ci credevo…
Poi c’è l’esecuzione. E questa è una storia nella storia. Perché Sara è sola con la sua voce, come se raccontasse un sogno, o una storia a sua figlia. Dietro di lei, nientemeno che la National Symphony Orchestra, quella delle cerimonie e delle feste ufficiali, di Stato, e nel Kennedy Center di Washington. Uno stuolo di suonatori professionisti, abituati al repertorio classico. È bellissimo vedere come accolgono questo brano, che per metà è senza musica. Loro, i professori, devono starsene lì ad ascoltare parole e ritmo da ninnananna. Poi, a metà performance, accompagnano con il pizzicato su violini e viole, e poi con il suono accennato di flauti, corni e clarinetti. Un ritmato che accompagna il ricordo, before I left the child behind me. Poi entrano altre due voci, Ben Folds e Caroline Shaw, come a suggerire un percorso di vita che, a un certo punto, si anima di più protagonisti. E, per la conclusione, entra il primo violino che, con disarmonia, fa capire che quello è un momento di tensione, di cambio. Le facce dei musicisti oscillano tra l’attesa, vediamo come va a finire, la stizza, perché chiamare un’orchestra per quattro suoni, un po’ di malcelata supponenza, ma guarda, il pop! E qui si vedono i professionisti. Nonostante quelle facce, se ne stanno ordinati e pronti, di fronte a quella voce sola, loro che, con umana attitudine, spesso sopportano male i solisti dei violini, dei clarini, dei corni, delle arpe, nei concerti di classica.
C’è un’altra annotazione. Avete presente i balloon, le nuvolette dei fumetti? Ognuna esprime qualcosa già nella forma. Quella del pensiero, del sogno, del passato, ha delle bollicine, che corrispondono ai flashback nel cinema. La poesia-ninnananna è preceduta e seguita da una serie di Mmm di Sara, bollicine da flashback. Questa esibizione, per me, è un perfetto esempio di integrazione di linguaggi, la voce solista, le voci altre, la poesia, la musica orchestrale. Una sfida per la mente. E per il cuore.
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