Il concerto per violino numero 3, KV 216, di Mozart è sicuramente difficile. In questo caso, l’esecuzione della Camerata Salzburg si trasforma in qualcosa di spettacolare. L’orchestra inizia, il direttore si agita, i clarinetti, i violoncelli, le viole, e gli altri strumenti cominciano il loro lavoro. C’è una miriade di violini che comincia ad avvolgerti come se spargesse miele o forse melassa, densa, scivolosa, onnipresente. Ti porta subito in un mondo di armonie. Poi, compare lei, Hilary Hahn. Sembra guardare tutti, in particolare i suoi musicisti, con un’aria che dice: adesso tocca a me. Impugna il suo violino che deve essere uno strumento antico, e comincia a far saltellare e stridere l’archetto sulle corde. È come un colpo in faccia, o come se quella melassa che ti stava cullando si cancellasse, per convertirsi in un linguaggio stridente che, in una frazione di secondo, ti porta in un’armonia di grado maggiore. È un buffetto in faccia, o uno schiaffo, un richiamarti alla realtà delle cose. Quel violino è come se ti dicesse: non fermarti alla superficie per bella e completa che sia! Scava, cerca la verità, l’essenziale, fiuta e cerca di impossessarti del filo delle cose, del sussurro del mondo.
©2025 Valerio Griffa

Bellissimo…